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Come nasce "Genesi"
“Angeli a perdere”, il mio primo lavoro pubblicato, ha a che fare coi miti letterari della mia fase post adolescenziale.
Per anni mi sono autoconvinto (avevo 25 anni) che mi interessasse solo la FORMA. Per anni mi sono innamorato di scrittori come Pinketts, Krauspenhaar, Aldo Nove, Paolo Nori: gente che con le parole giocava.
"Angeli a perdere" in effetti era un tentativo, esuberante e presuntuoso, di fare una raccolta che parlasse a più voci. La INTRO e le prime 3 pagine erano il mio pezzo forte: inventavo una lingua e la mettevo in bocca ad uno dei personaggi, un adolescente che si esprimeva a suon di "Raga, raga" e poi miscelava parole, nonsense, giochi di parole, largheggiando con gli stili. Faceva il verso agli autori citati sopra e in un certo senso cercava di superarli.
Ero un ragazzo di 25 anni, post adolescente romantico con il mito dello scrittore maledetto. Ero sinistrorso ma innocuo, come tutti gli idealisti; come tutti i ragazzi.
Col passare del tempo gli orizzonti letterari si sono ampliati. Poi è arrivata la vita, quella vera: fatta di bollette e mutui, compromessi e strappi. Fortune e rancori. Ma anche consapevolezza.
Gradualmente le cose e le persone mi sono apparse per ciò che erano: imperfette, labili eppure tremendamente importanti.
Da tempo sentivo l'esigenza di un forte romanzo cattolico, nel senso pregnante del termine.
Da tempo ero stufo di leggere sempre e solo le stesse cose.
La polemica scatenata da Gianpaolo Serino dalle colonne di Satisfiction sui “radical flop”, da questo punto di vista, è stata una bella lezione. Pur condividendone TUTTE le tesi, non sono però d’accordo sui NOMI da lui citati in quel memorabile “j’accuse”. Non, almeno, su tutti.
Recentemente Marco Bellotto in un articolo apparso su “Vibrisse” ha rimarcato i consueti vizi della narrativa di casa nostra, a cominciare dall’ipertrofia dell’EGO.
Se ci aggiungiamo l’orizzonte del proprio orticello (in salsa generazionale) e l’insussistenza di qualunque tensione etica, abbiamo il ritratto della narrativa italiana alle soglie del 2009.
In altre parole, quella formidabile stagione letteraria di “rottura” iniziata nel 1996 con la pubblicazione di “Gioventù cannibale” e “Woobinda” di Aldo Nove, ha generato, col passare del tempo, figli minori. Come se, dal ‘96 in poi, si sia continuato a scrivere e riscrivere lo stesso romanzo.
I vizi capitali di questa degenerazione e la costante di questi libri sono stati: personaggi più o meno sfigati; ambientazioni sfrontatamente microcentriche; ricerca della trasgressione; finali “negativi”; spruzzate di Noir qua e là; vicende ombelicocentriche o, all’opposto, trame fantapolitiche. Ed ancora: posizioni sinistrorse autocompiacenti, sfoggio di cultura Pop o all’opposto, Metafisica dell’Infradito; scorribande sessuali, anticattolicesimo della lippa e antiberlusconismo della salamella. Violenza fine a se stessa. L’impegno civile, quando è dichiarato, non riesce MAI ad essere distante dal paradigma Guelfi/Ghibellini dell’Italia post Conflitto Mondiale o da quella degli anni di Piombo.
Persiste, inoltre, una strana dicotomia nel panorama italiano, al di là di tutte le possibili categorie interpretative: da una parte i costruttori di trame, di plot, gli inventori di storie: Genna, Lucarelli, Pincio, Avoledo, Montanari, solo per fare alcuni nomi. “Creatori di intrecci”, Maghi del plot: scrittori del “CONTENUTO” e non della “FORMA”, per dirla con un linguaggio scolastico.
Dall’altra parte coloro che, nella scrittura, sono costantemente alla ricerca di una sperimentazione linguistica: Nori, Trevisan, Galiazzo, Caliceti, il primo Aldo Nove, Giuseppe Culicchia, Franz Krauspenhaar.
Io credo che a questo secondo gruppo di autori vada riconosciuto il merito di aver contribuito, con la sperimentazione (con la ricerca linguistica e grazie alla CONTAMINAZIONE fra generi), alla creazione di qualcosa di nuovo, allo “svecchiamento” della narrativa italiana. Ho volutamente citato autori che hanno età, provenienza, radici e tradizioni diversissime tra loro.
E’ probabile che, col passare del tempo, questa “rivoluzione” abbia degenerato.
Bene, ecco il punto nodale: la sintesi di queste due interpretazioni dovrebbe essere la miscela del narratore perfetto. Io la trovo in alcuni autori che trovo straordinari: Covacich, Desiati, Moresco.
Oggi si appresta a dominare la scena della narrativa italiana e a determinare una nuova stagione di cambiamento una generazione di scrittori che ha vissuto la stagione dei “cannibali” e della deriva Pop e si appresta a superarla. La lezione è stata metabolizzata. Questi scrittori, a mio parere, hanno una marcia in più. Hanno sintetizzato forma e contenuto, tirando fuori una miscela esplosiva. Si sono riappropriati di quella tensione morale che sta alla base dell’urgenza narrativa.
E sono Covacich, Colombati, Desiati, Falco, Paolin, Morozzi. Candida, Pincio, Raimo, Vasta, Bajani, Mancassola, Piperno, Pallavicini, Wu Ming, Nesi e molti altri. Anche qui l’elenco è composito e gli autori citati vanno dai 20 ai 45 anni: alcuni hanno appena pubblicato, altri sono sulla breccia da un decennio. Molti di essi sono già autori affermati, altri lo diventeranno presto.
Ci sono poi i GENI, gli evergreen, i classici, gli scrittori di genere e i cani sciolti.
Facendo una parallelo con la sintesi che ho delineato all’interno del saggio “Lo stato della narrativa italiana alle soglie del 2010: analisi e superamento. Fiction e Sintesi”,
possiamo affermare che ogni movimento letterario genera virus ed anticorpi.
E con un azzardo, rappresentato da una proporzione matematica, possiamo coerentemente affermare che Gioventù Cannibale sta alla Narrativa degli anni ’80 (quella che inizia con “Altri Libertini” di Tondelli, “Boccalone” di Palandri e “Treno di panna” di De Carlo) come il Gruppo 63 stava alla generazione di Arbasino, Testori, Volponi, Parise, Pasolini.
Ecco, dunque, questo mio work in progress.
Un romanzo controcorrente: cattolico (che non vuol dire solo parlare di preti), borghese, internazionale. Che abbia al suo interno ANCHE personaggi positivi, felici, onesti e vincenti (non nel senso di “Forbes”). L’AZIONE e la riflessione non più concepiti manicheisticamente l’uno come GENERE, l’altro come PALLOSITà. Il tutto inserito in una cornice che guardi al Tempo e allo Spazio in maniera completamente opposta rispetto a quanto fatto fin qui negli ultimi anni. L’adozione dei “dialetti” (intesi come la lingua REALE in cui i personaggi si esprimono) diventa quindi un’esigenza di primaria importanza. Precisazione sulla questione “dialetti”: non intendo affermarere che i miei personaggi debbano utilizzare lo slang. Intendo dire che se la narrazione procede in italiano (perché è la lingua dell’autore), i dialoghi saranno in lingua. Senza note e traduzioni.
Ci sono momenti, nella vita di uno scrittore, in cui le parole escono da sole. Le idee sono presenti da sempre ma capita che le stesse per mesi, per anni, stiano li, immobili. Hanno bisogno di sedimentare.
Poi d’improvviso quelle stesse idee trovano una forma, vengono (mi passi il termine, non ne trovo uno più appropriato) VOMITATE fuori dallo scrittore. Non significa una scrittura di pancia.
Significa che quelle cose, scritte in quel particolare modo, sono per lo scrittore NECESSARIE.
“Muss es sein? Es muss sein!”
Basta coi clichè, con i fuochi d’artificio linguistici fini a sé stessi. Basta con le vecchie categorie: destra, sinistra; forma, contenuto; dipendente, imprenditore. Basta coi vecchi paradigmi: lotta di classe, borghesia; generazionale, postmoderno.
Sintesi è la parola d’ordine.
Piano dell’ Opera:
Linguaggio “realistico”: i personaggi si esprimono nel loro idioma: dalla lingua napoletana al francese. Dal Tedesco all’inglese, con particolare attenzione rivolta ai dialetti.
Contesti reali: note, articoli di giornale, programmi TV, concerti, partite di calcio servono a contestualizzare gli eventi. E’ stata data una particolare attenzione a quei momenti della Storia Contemporanea che hanno avuto una certa eco sulla stampa internazionale (rivolta nelle banlieue di Parigi nel 2005; il problema dei rifiuti a Napoli nel 2006, ecc.). Fa molto postmoderno e conferisce autorevolezza alla narrazione.
A fare da contraltare alle situazioni di cronaca, vi sono i temi più ricorrenti e dibattuti nella Letteratura Contemporanea mondiale e nella storia del pensiero in genere: il racconto “Genesi” parla di aborto e integrazione; “Esodo” è una saga sul “Sogno americano” e sul tema della Migrazione. L’impegno e la passione civile che fa tanta presa sui Soloni della Critica trova quindi il giusto appagamento.
L’approccio è NATURALISTICO. La visione cattolica. La prospettiva borghese.
La tematica delle sottoculture è ben sviluppata e controllata (non è mai invasiva, non è preponderante): es. nel racconto “Esodo” si parla di “Tuning” (il Fenomeno delle Gare cladestine e dell’arte di “truccare” i motori) .
L’ambientazione varia di volta in volta, nel tempo e nello spazio.
Se la contemporaneità prossima agli anni 2000 la fa da padrone, non mancano incursioni in altri periodi della storia (cfr. “Apocalisse” con un Adolf Hitler in maglietta e pantaloni corti).
Pur mantenendo una vocazione eurocentrica non mancano gli episodi ambientati in altri Continenti (cfr. “Numeri” sul tema dell’Emigrazione dall’Africa all’Europa).
Riflessioni:
La sovrastruttura (ad es. quella della Bibbia, quella di “The Waste Land”) ha un grosso pregio e un limite.
Il pregio è quello di fornire uno schema all’autore e di conferire prestigio e “letterarietà” al testo (cfr. infinite Jest di D. F. Wallace). Lo schema può essere di aiuto e di sostegno all’intera opera. Può anche esserne la salvezza.
Il limite è che la sovrastruttura può diventare una “gabbia” (cfr. “Perceber” di L. Colombati).
Per es. se vado a collocare un primo racconto a Parigi e il secondo a Napoli mi trovo obbligato a mettere nei racconti successivi altri contesti (es. Roma, Berlino, la periferia di Bangkok, ecc.) con il rischio reale di essere dispersivo o, al contrario, con una condanna ad essere enciclopedico. Cosa, quest’ultima, non di per sé malvagia, ma improponibile per l’urgenza che ho di finire il lavoro in tempi “umani”.
Allo stesso modo il ricorso alla lingua originale dei protagonisti deve essere “naturale” e non pretestuosa.
Tutta la macchina narrativa, insomma, deve essere perfettamente oliata e bilanciata. Il rischio, di nuovo, è quello di fornire ad opera terminata un compendio di scrittura e non un lavoro organico.
Tenere sempre in considerazione l’equilibrio compositivo de “L’ubicazione del bene” di G. Falco. E se possibile, superarlo.
La direzione intrapresa è quella giusta. Si tratta di stabilire bene il percorso e le tappe.
Di sicuro oggi abbiamo alcune certezze che fino a settimana scorsa non avevamo:
1) La direzione;
2) il metodo;
3) le figure narranti;
4) la scelta di adottare i “dialetti”;
5) l’idea della sovrastruttura (anche se non stabilita in maniera definitiva);
6) la possibilità di svariare senza l’assillo del continuum spazio-temporale;
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