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Il ragazzo
Questa è la mia storia, raga, la storia di un Dago(*1).
Ho imparato ad andare di frodo quando avevo vent’anni e pensavo
che le sigarette e le canne e il Dr. Jack e Mr. Ballantine’s
fossero il passaporto per il mondo adulto.
Ho imparato ad andare di frodo sulle note dei Nirvana, tra i gol
di Roby Baggio e le rabone televisive di Wanna Marchi, facendo a
pugni con la mentalità alto-brianzola edificata sulla Trimurti
Casa-Lavoro-Danè(*2) e condita con Cassoeula(*3),
Lugànega(*4) e Feste del Carroccio. Un mondo al
quale non mi sono mai uniformato e in cui uno come me, raga, a stento
veniva accettato.
Andavo di frodo perché era la sola cosa che sapessi fare,
fatta eccezione per l’abbordaggio di ragazze che provenivano,
il più delle volte, in maniera sistematica e bizzarra, dal
mondo alto-borghese dei dopocena, del DAMS e dello IULM, e con cui
riuscivo sempre, secondo le assurde dinamiche dell’esistenza
e grazie ad una particolare alchimia di canzoni del Boss, Lucky
Strike e passeggiate boschive, ad imbastire improbabili storie d’amore.
Poco importa che quelle relazioni coordinate e continuative fossero
il modo per impiegare le mie giornate e che le mie fidanzate a tempo
determinato fossero patetiche e peripatetiche caricature, beghine
meneghine appollaiate alle vetrine di Fiorucci, neoclassiche fighettine
conosciute davanti alla Rinascente di Piazza Duomo; con la maglietta
Roberto Cavalli e quintali di Rimmel Pupa, solitamente avvezze a
considerare i propri peli pubici alla stregua del nobile pratino
di Wimbledon.
A fomentare il mio mito personale, raga, c’era infatti un’aura
anarchica e anarcoide manifestata dall’avversione di pelle
per il modus vivendi cattolico e borghese, una semplice superstizione,
al pari dell’oroscopo, del SuperEnalotto, del buddismo e dei
sondaggi della Doxa.
Un cocktails esplosivo di fascino Working Class, firmato Ken Loach;
una bomba a orologeria sdraiatoria, con Wild Card da “Bello
e Dannato”; “camminavo dalla parte selvaggia”
pur non indossando orecchini, né piercing, né, tantomeno,
telefonini Nokia 3310.
Da Dago ho nutrito diffidenza per l’idea stessa di Città,
ostentando sempre in maniera orgogliosa il mio provincialismo, il
fatto di essere uno che arrivava dalla Periferia della Storia: più
a suo agio in fumosi Bar dello Sport che a un convegno organizzato
dai Lions Club o dai Rotary, con i loro Editti e rituali, peana
borghesi imbastarditi da “Donna Moderna”, Emilio Fede
e Maurizio BelPietro, il Direttore del “Giornale”, il
Profeta della Weltanschauung della Middle Class.
Preferivo starmene da solo a scrivere, in compagnia della mia birra
preferita, la Nanni Moretti, e a fumare Lucky Strike imitando Brando,
come un Lucky Luke che cavalca una Vespa 50.
Sono stato, di volta in volta, decadente e decurione, misogino e
angelo caduto, Deucalione e decaduto. Sempre alla ricerca di una
Rive Gauche in cui trovare riposo, un Eldorado letterario in cui
discutere di Cèline e Rimbaud tra fiumi di birra, “femmes
fatales” e chitarre smesse anzitempo, alla disperata rincorsa
di quel Sogno Americano sempre in fuga, dell’ennesimo, immaginario
Caffè mitteleuropeo in cui scambiare pallosissime minchiate
europee con altrettanto boriosi scrittori mitteleuropei.
Danubio Blu e Marcelo Danubio Zalayeta. Ballantine’s e Cassoeula.
Loola Paloosa e Circolo Parrocchiale. Lou Reed ed Enrico Musiani(*5).
Dylan Dog e Dylan Thomas.
Credo che abbiamo parecchio in comune, raga.
Randagio, polemico, bizzoso e rissoso: il Dago di questo romanzo,
of course, ha i capelli lunghi e l’aspetto trasandato, la
barba incolta e la voce roca, un po’ Bukowsky e un po’
Aldo Nove, sempre a corto di denaro, con l’affitto da pagare
e la quotidiana rottura di coglioni dell’incapacità
di comunicare con gli altri.
Il problema vero, raga, sta altrove: che la gente in questo Paese
mica ne capisce un cazzo della vita se poi va a votare Bottiglione
o Mastello, che pare una Confraternita degli Avvinazzati, quella
lì, un’Accademia del Valpolicella. Sempre stato così:
bisogna essere cerebrolesi per scendere in piazza in 500.000 ad
ascoltare quel piazza pelata del Duce sul balcone di Piazza Venezia,
manco fosse Vasco o il Liga e questo, raga, un Dago lo sa bene.
Ho visto i miei concittadini dare retta per decenni ad Antilopi,
Gobbi di Notre Dame, pianisti e suonatori di Piano Bar. Ho sentito
i miei vecchi dare retta alla Favola del Lupo Valpreda, e credere
che lo Stato fosse incapace di mettere bombe.
Quello Stato sempre in bilico tra la Sindone e Sindona, col Pentapartito
Mani Pulite a tessere i fili e filare tessere di partito.
Sempre stato così il mio BelPaese, tutto Grande Boom e Grandi
Bombe.
Sarti, Burgnich, Facchetti, Pinelli, Piazza Fontana, caso Mattei,
Pulici, Graziani, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Rapimento
Moro, Zoff, Gentile, Cabrini, Ustica, stazione di Bologna, Galli,
Tassotti, Maldini, Sindona, Gardini, Vialli-DePiero-Ravanelli, G8.
Ho visto Pulotti e Ghisa lungo le strade del Faber, nascondersi,
perdersi, e tornare con Uomini Neri. Terminato l’olio di ricino
ci hanno servito l’amaro medicinale Carlo Giuliani. Proprio
loro, loro che sventolano la bandiera a stelle e strisce del Bandito
Rudoplh Giuliano.
E nemmeno gli editori ci capiscono un cazzo e che se non scrivi
la “Metafisica dell’Infradito” o un saggio “Sull’importanza
di Paolo Limiti nella cultura occidentale” mica ti pubblica
nessuno, raga. Che in cima alle classifiche dei libri più
venduti in Italia c’è la Fallaci, col suo sincretismo
razzistico-populistico, l’Elogio del BuonSenso Borghese.
Che il libro della Fallaci, raga, pare una parodia del bossiano
“ce l’ho duro”, il fallico motto del Senatùr,
e a me, invece, ricorda solo il delirio di impotenza di una Marchesa
della Letteratura in attesa del marchese. O, al limite, un urlo
munchiano di minchiate in attesa di Laura MenoPausini.
Il nonno
Per mesi abbiamo vissuto su queste montagne, insieme agli Irregolari
e ai contrabbandieri, stranieri in Patria nei nostri paesi.
Operai, contadini, uomini e ragazzi alle prese con i primi fucili.
Difendevamo le nostre case, le nostre donne, i figli.
Eravamo ancora innocenti, credevamo in quelle parole ascoltate per
la prima volta dalle bocche dei nostri padri, a quell’ assurda
e folle idea degli uomini tutti uguali.
Abbiamo deciso di non credere.
Disobbedire è il nostro credo.
Combattere la nostra vita.
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NOTE:
(*1) È l’espressione utilizzata dagli americani,
all’inizio del secolo, per definire con disprezzo gli immigrati
italiani.
(*2) “soldi”, nel dialetto locale.
(*3) Piatto locale a base di verze, costine di maiale,
cotenna, cotechino e carote.
(*4) Piatto locale a base di salsiccia e cipolle
(*5) Autore ed interprete di canzoni popolari. Molto noto
in tutta la Lombardia: i suoi dischi hanno venuto decine di migliaia
di copie
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